SGP - medioevo e rinascimento

L’abbazia di Saint Germain (a totale differenza della Certosa di Vauvert) era tutt’altro che chiusa al mondo esterno. Oggi, i benedettini vengono considerati ordine contemplativo. Chi legge la regola di San Benedetto non trova assolutamente niente riguardante qualsiasi missione pastorale. All’infuori, forse, dell’accoglienza degli ospiti.

Ma nel Medio Evo (soprattutto fino all’emergere degli ordini mendicanti, tipo francescani o domenicani, nei primi del Duecento) la distinzione non era così netta. Tanto che i monaci erano molto più istruiti del clero parrocchiale. E giocarono un ruolo di primo piano nell’evangelizzazione dell’Europa.

I benedettini di Saint Germain des Prés

I benedettini di Saint Germain des Prés erano dunque strettamente mescolati alla vita del loro quartiere. Tanto che, conseguenza dell’immunità, l’abate di Saint Germain era signore, non solo spirituale, ma anche temporale, del faubourg (= sobborgo). Fino al 1674, il Faubourg Saint Germain rimase una città distinta, del tutto indipendente dalla municipalità di Parigi. L’abate vi esercitava funzioni statali, tipo prelevare tasse, mantenere l’ordine, reprimere delinquenza e violenza. L’abbazia possedeva una prigione e anche una gogna e un patibolo.

Le abbazie nel Medio Evo

Le abbazie erano allora vere e proprie ditte, che contribuivano potentemente alla prosperità economica della loro zona. Il migliore esempio era quello dell’abbazia borgognone di Cluny, divenuta una vera e propria multinazionale medioevale…
Questa ricchezza era all’origine di gelosia ed avidità. Ma consentiva almeno a Saint Germain des Prés di soccorrere i poveri, di costruire un insieme di magnifici monumenti.

La chiesa che possiamo ancora ammirare fu inaugurata da Papa Alessandro III nel 1163. Unico elemento dell’abbazia ad essere sopravvissuto alle vicissitudini della Storia, è ormai la più vecchia chiesa di Parigi.

Il pericolo era però, che i monaci cadessero nella tentazione di rivolgere più tempo e attenzione agli affari che non a questioni spirituali… E, nei casi estremi, dimenticar del tutto la salvezza (loro, e quella degli altri) per dar preferenza a seguire ricchezze e potere.

Abbazia di Saint Germain des Prés – 1520

La decadenza tra Medio Evo e Rinascimento

Alla fine del Medio Evo, il monachesimo entrò, a Parigi come dappertutto, in decadenza. La routine era subentrata al fervore spirituale ed intellettuale. Le abbazie attirarono sempre più vocazioni “dubbiose”, “donabbondiane” per così dire, di uomini che vedevano nella vita religiosa, innanzi tutto, l’opportunità di una vita confortevole, senza troppo lavoro e senza rischio…

Il monachesimo vi perse molto prestigio. Monachatus non est pietas diceva Erasmo (la celebre formula è usata varie volte dall’umanista olandese, ma non si è del tutto certo che sia stato lui a coniarla), esprimendo così l’opinione generale della sua epoca, cioè la soglia tra il Medio Evo e il Rinascimento.

Ma, svanita la stima, era rimasta la gelosia. Perché le abbazie seguitavano ad essere straricche. E le cronache sono piene di manifestazioni popolari di diffidenza, a volte di ostilità violenta, contro i monaci. L’anticlericalismo, e a maggiore ragione l’antimonachesimo, costituirono un terreno fertile su cui la Riforma luterana e calvinista poté attecchire.

In Italia o in Spagna, questa decadenza della vita religiosa venne energicamente contrastata con l’applicazione dai decreti del Concilio di Trento, dopo il 1562. Non tanto in Francia dove la Chiesa Gallicana, pur rimanendo fedele al Cattolicesimo, seppe sempre mantenere una forte indipendenza da Roma.

A questo si aggiunse che, dal 1504 in poi, gli abati di Saint Germain furono cosiddetti “abati commendatari”.

Gli abati commendatari e il prezioso reddito prodotto dall’abbazia

Concretamente: gli abati commendatari non erano più scelti fra i monaci, ma nominati dal Re. Il loro titolo era meramente simbolico, ma gli consentiva di pretendere una percentuale dei redditi (fino al 30%) dell’abbazia. E si trattava, per lo più, di laici. Poteva capitare che l’abate commendatario fosse un ecclesiastico, ma in questo caso, era sempre scelto fra i principi della Chiesa, nell’alto clero secolare. Non veniva mai dal mondo monastico. Saint Germain des Prés ebbe la fortuna che, su 15 abati commendatari, 10 furono sacerdoti, il che era un’eccezione. Ma bisogna aggiungere che questo non bastò a fargli prendere il loro ruolo sul serio, e preoccuparsi che fosse osservata una vita religiosa degna.

Qualche volta, venivano scelti addirittura bambini. Per esempio, Re Luigi XIV nominò, nel 1672, suo figlio Luigi Cesare, appena nato da un adulterio, abate di Saint Germain des Prés. Il bambino morì a 11 anni, nel 1683. Inutile dire che il povero “abate” non svolse mai nessuna funzione nella sua abbazia. Ma i redditi che ne ricavò (anzi, che ricavarono in suo nome) servirono a pagare i domestici e i precettori della sua educazione.

All’abbazia, l’abate commendatario veniva, sì e no, un paio di giorni all’anno, intento soprattutto a cavare dall’abbazia quanti più quattrini potesse. Ma della disciplina, della vita spirituale e materiale dei “suoi” monaci, l’abate commendatario si curava di solito ben poco.

Da San Benedetto a San Mauro: decadenza e riforma

In queste condizioni, la decadenza fu tanto più inarrestabile che quasi nessuno era interessato a fermarla. All’inizio del ‘600, la situazione a Saint Germain des Prés (e altrove) era penosissima. Né la clausura né la regolarità liturgica venivano più rispettate. La Messa rimase senza essere celebrata per settimane intere. E la vita che conducevano quei frati gaudenti, pigri, grossolani, ghiotti e ubriaconi, ricordava più i libri di Boccaccio o di Rabelais che il Vangelo o la Regola benedettina.

Vista occidentale dell’abbazia di Saint Germain des Prés prima del 1640

Ma fu precisamente allora, tra il 1600 e il 1629 che un manipolo di monaci energici decisero di far fronte a questo decadimento. Non a Parigi stessa ma in diverse abbazie di provincia (specialmente in Lorena). Decisero rigenerare il benedettismo francese, restaurare l’osservanza della Regola, creando una nuova congregazione. E piazzandola sotto il patrocinio di San Mauro.

San Mauro era uno dei primi discepoli di San Benedetto, evocato in diversi passi del Libro dei Dialoghi di Gregorio Magno. La vita e l’opera di Benedetto da Norcia (480-547) rimasero del tutto inosservate dai suoi contemporanei. Forse lui, e la sua regola, sarebbero caduti nell’oblio se Papa Gregorio Magno (540-604) non avesse promosso la Regola, e non avesse raccontato la vita, anzi, l’agiografia, di San Benedetto, nei Dialoghi che ebbe col suo discepolo Pietro. Secondo una leggenda, quasi sicuramente priva di ogni base storica, fu Mauro a portare in Francia la regola di San Benedetto, fondandovi le prime abbazie benedettine. Donde la sua popolarità nella Francia religiosa. La Congregazione di San Mauro (ufficialmente: Congregatio sancti Mauri Gallicana Parisiensis) fu ufficialmente creata nel 1618, creazione confermata da una bolla di Papa Gregorio XV, nel 1621.

Ci volle tempo perché si procedeva con un prudente pragmatismo. Ed intralci di ogni genere non mancarono. Se le prime iniziative risalgono al 1603, le «Regole comuni e particolari» che fecero le veci di Costituzioni, non furono adottate prima del 1663. Cioè un bel pezzo dopo.

Ma, alla fine del ‘600, la Congregazione di San Mauro abbracciava pressappoco 200 abbazie di monaci benedettini in tutta la Francia*; tra cui Saint Germain des Prés, a partire dal 1629.

* La Congregazione maurista era esclusivamente maschile. E non si sarebbe estesa mai al di là dei confini del Regno di Francia. Il che è forse peccato perché avrebbe potuto rigenerare la vita religiosa in regioni in cui ce n’era gran bisogno.

Saint Germain des Prés – 1687

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Ha scritto questo articolo
Bernard Hautecloque
“Tengo qui a ringraziare la mia amica Silvia per aver accettato di pubblicare alcuni articoli miei, nel suo interessantissimo blog lamiaparis.com. Rivolgendomi ad un pubblico italiano, ho steso i testi direttamente in italiano. Ma non si tratta ovviamente della mia lingua materna, e sono, nuovamente, grato a Silvia di avere corretto i miei strafalcioni più grossi. Va però ricordato che eventuali errori rimangono della mia sola responsabilità.”

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