I giorni del dopo-Bataclan

Non vorrei tornare indietro nel tempo, non vorrei farlo perché ho i brividi al ricordo di quei momenti. Ma forse è proprio perché la sensazione è ancora forte, quattro anni dopo, che voglio condividerla con chi vorrà conoscerla.

Già quattro anni sono passati dalla notte del 13 novembre 2015, quando una serie di attacchi terroristici colpì varie zone di Parigi uccidendo decine e decine di persone. Alcune esplosioni allo Stade de France, prima di una partita della nazionale francese; diverse sparatorie ai tavolini di bistro lungo strade del X e XI arrondissement; una vera e propria strage all’interno del teatro Bataclan durante un concerto.

Non ne ho mai parlato molto con nessuno, se non per tranquillizzare chi mi chiedeva se stessi bene. Sono quelle cose che succedono “lontano”, e che dopo poco tempo spariscono dai pensieri della massa. Per questo ora voglio condividere la mia esperienza dei momenti, anzi, dei giorni “dopo” gli attentati, perché quello che mi gela il sangue oggi non è solo il ricordo di quella notte, ma soprattutto dei giorni successivi, in cui Parigi, la mia Paris, era diversa.

Ma partiamo dall’inizio.

Il 13 novembre 2015

La sera del 13 novembre 2015 ero anch’io in un certo senso “lontana” da quegli eventi. Ero in casa con una carissima amica che ospitavo da me qualche giorno, e ci trovavamo in un arrondissement di Parigi in cui tutto filava liscio. Non immaginavamo il dramma in corso a pochi quartieri da noi.

Ore 22.30. Dal mio cellulare iniziai a ricevere una notifica dietro l’altra. Messaggi allarmati dal mio ragazzo e da mio cugino che erano in Italia, che mi chiedevano se era tutto a posto, se ero viva…

Viva? Non capivo di cosa parlavano, ma certo qualcosa di grave era accaduto. Mi accennarono rapidamente a un attentato, a una sparatoria, ma da me sembrava tutto tranquillo. Prima ancora di informarmi bene chiamai i miei genitori per fargli sapere che ero al sicuro. Per fortuna riuscii a tranquillizzarli prima che apprendessero la notizia in TV.

Ore 23.00. Scrissi un messaggio su Facebook per raggiungere quante più persone possibile in un colpo solo, e mi accorsi allora che molti dei miei amici francesi stavano avvisando il mondo che erano sani e salvi. Piano piano cercai dettagli sull’accaduto, e mi resi conto che un po’ più a est da casa mia stavano morendo molte persone. E soprattutto non si capiva se e quando sarebbe finito.

Iniziai anch’io a contattare i miei amici per sapere se stavano bene. La mia coinquilina mi fece presto sapere che rimaneva a dormire fuori perché la città era bloccata e non riusciva a tornare, ma stava bene. Cominciai ad avere paura per la situazione. C’era molto caos nelle informazioni e poi i media rendono sempre tutto più apocalittico. 

Chiusi a chiave la porta di casa e le finestre che davano sulla strada: abitavo al primo piano attaccata a una strada molto trafficata, se qualche malintenzionato fosse passato da quelle parti, magari sparando all’impazzata, gli sarei probabilmente capitata a tiro.

Tempo dopo scoprii che un uomo era stato ucciso proprio da un proiettile rimbalzato per caso nella sua abitazione, viveva al quinto piano in un palazzo nei pressi del Bataclan. Mi colpì molto questo evento. Un signore di mezza età che non era a nessuna festa, in nessun locale, a nessun concerto; era semplicemente in casa sua, ma ebbe la sfortuna che un proiettile fosse deviato verso la sua finestra aperta, e che lui fosse proprio lì vicino. Si chiamava Stéphane Hache.

Ore 23.30. Decisi che sarei rimasta lì, barricata in casa, avevo provviste sufficienti per qualche giorno, e passai la serata e i due giorni seguenti così: rispondendo ai messaggi di amici e parenti che chiedevano mie notizie, e accertandomi anch’io dai miei amici che stessero tutti bene.

Quella notte non riuscii ad addormentarmi facilmente.

L'atmosfera delle settimane successive

Tutto venerdì sera, tutto sabato e quasi tutta domenica rimasi serrata in casa col timore anche di avvicinarmi alle finestre. Mi convinsi a uscire solo domenica sera, perché io e la mia amica fummo invitate a cena da amici italiani che abitavano appena fuori Parigi, verso ovest, quindi dalla parte opposta rispetto ai luoghi degli attentati. Da lunedì poi la vita sarebbe dovuta riprendere regolarmente, ma fu a questo punto che sentii il peso di quanto era accaduto.

Molte fermate metro erano chiuse, i controlli erano triplicati ovunque, mi sembrava ci fosse più silenzio in giro. L’aria stessa era ferma, in sospeso, come se il tempo si fosse fermato, non c’era più nulla di certo, o di scontato. Era forse più una sensazione mia, la verità è che ero cambiata io. Avevo paura.

Il caso voleva che in quel periodo lavorassi vicino la fermata Oberkampf, nei pressi del Bataclan. Davo lezioni private di francese, il ragazzo a cui insegnavo mi chiese di saltare una o due lezioni per impegni di lavoro, e io tirai un sospiro di sollievo. Preferivo starmene lontana da lì, come se evitare quei luoghi mi tenesse più al sicuro.

Girando per la città, il dispiegamento delle forze dell’ordine era da guerra. Oscillavo tra una continua insicurezza di fondo e il desiderio di sentirmi protetta da quell’esercito in divisa armato fino al collo. A parte il plan Vigipirate (il piano antiterrorismo) attivato ai massimi livelli, la vita a Parigi sembrava per tutti normale. Anch’io ripresi pian piano le mie attività, ma per me non era più come prima. 

Quando camminavo per strada, quando prendevo la metro, mi guardavo intorno e osservavo chiunque avesse un’aria “sospetta”. Cioè tutti. Squadravo ogni persona che saliva sul mio vagone nella metro, controllavo l’abbigliamento e soprattutto la cintura, col terrore che qualcuno si facesse esplodere da un momento all’altro. Se mi fermavo in qualche bistro, evitavo di sedermi nella terrazza (la parte con i tavolini e le sedie all’esterno del locale, sul marciapiede).

Non avevo vissuto in nulla la tragedia di chi era veramente presente sui luoghi degli attentati, eppure l’aria di paura che respiravo era tangibile come se fossi stata toccata in prima persona.

È una sensazione bruttissima la paura, ti senti impotente e vulnerabile, tutto potrebbe finire da un momento all’altro, perché le azioni degli altri non sono prevedibili, non puoi controllare nulla, per cui non c’è mai un luogo veramente sicuro, nemmeno casa tua.

Intorno al Bataclan

Quando tornai a dare lezioni a Oberkampf, la prima cosa che vidi vicino l’entrata della metro fu uno stuolo di fiori, foto e biglietti distesi a terra. Un angolo del marciapiede era invaso da ricordi e candele, qualcuno si fermava a osservarli, qualcuno piangeva, qualcuno ci passava accanto senza dargli troppa importanza.

Un giorno mi feci un po’ più di coraggio e decisi di allungarmi e raggiungere il Bataclan.

Non dimenticherò mai quei momenti. L’edificio era sigillato e non ci si poteva avvicinare. Sulla facciata, uno striscione inneggiava alla libertà. Di fronte, il marciapiede era completamente invaso di fiori ancora più che a Oberkampf. Passai l’intero pomeriggio a leggere i nomi di quelle persone, alcune loro storie, le dediche dei loro cari. 

Era come toccare con mano gli eventi dei giorni precedenti, vedere che era tutto reale, che non era poi così “lontano” come pensavo. Per me non era lontano come lo vedevano i miei amici in Italia. Io ero lì, vivevo lì, era casa mia, e al Bataclan o in un bistro parigino sarei potuta esserci anch’io, come era successo mille altre volte in quegli anni. Quelle persone che vedevo in foto avevano un nome e un cognome, degli amici e dei familiari che ora li piangevano. 

Il solo pensiero che fino a un mese prima lavoravo in un ristorante da quelle parti, verso place de la République, e che quella sera avrei potuto trovarmi lì, ancora oggi mi ferma il respiro. Andai a trovare alcuni amici che lavoravano in ristoranti lì vicino. Mi raccontarono che quel venerdì sera la polizia li fece barricare nel locale insieme a tutti i clienti, chiedendo loro di accogliere i feriti che man mano scappavano dal Bataclan. Alcuni ragazzi sanguinanti ricevettero i primi soccorsi nei locali della zona. Da quel che mi è stato raccontato, anche nel ristorante in cui avevo lavorato io diedero l’ordine di chiudersi tutti dentro, addirittura spegnendo la luce per non attirare l’attenzione. 

I Francesi sono straordinari

In quell’occasione mi resi conto di due cose. Prima di tutto, che io sono una grandissima fifona. Una volta appreso quanto era accaduto, iniziai per la prima volta a temere che qualche altro evento avrebbe potuto colpire anche me. Se avessi potuto, non sarei più uscita di casa per settimane intere.

Non era la prima volta che a Parigi si verificavano degli attentati. A gennaio di quello stesso anno, l’episodio di Charlie Hebdo fu però un attentato molto più mirato e ristretto: la città non fu blindata, tranne alcune stazioni metro nei pressi della sede del giornale chiuse per qualche giorno, non me ne sarei neanche accorta se non se ne fosse parlato tantissimo (tra Italiani più che tra Francesi a dire il vero).

Invece gli attentati del 13 novembre lì sentii molto di più. E mi scoprii molto più paurosa di quanto non pensassi.

La seconda cosa di cui mi resi conto fu invece la forza, il coraggio, la fierezza dei Francesi. Già il giorno dopo gli attentati, gli amici con cui mi vedevo spesso per ballare in un bar confermarono la serata danzante del sabato sera. Io provai a dir loro che forse non era molto sicuro ritrovarsi tutti insieme (eravamo numerosi) in un posto chiuso, quando l’ondata di sparatorie poteva non esser finita…

La loro risposta fu che non bisognava abbandonarsi al senso di paura che i terroristi volevano scatenare, che nessuno avrebbe impedito loro di uscire e vivere la vita, rimanere chiusi in casa sarebbe stato vanificare la morte di tante persone.

Li stimai molto per questi discorsi, ma nella mia “fifoneria” iniziale rimasi comunque chiusa in casa, io…

Ci volle qualche altro giorno prima che rimettessi il naso fuori. Ricordo a proposito un incontro con il mio amico Bernard. Avevamo fissato un appuntamento che ovviamente io chiesi di rimandare perché non mi sembrava il caso di fermarsi in un bar a chiacchierare serenamente, col rischio di esser presi di mira da qualche pazzoide armato a piede libero. E ricordo come se fosse ieri di come lui invece mi spronò a uscire, mi sgridò quasi, amichevolmente, convincendomi che non bisognava dargliela vinta, che non si poteva smettere di vivere. Per venirmi incontro, vedendomi ancora preoccupata, ci incontrammo in un bar vicinissimo a casa mia, così potei raggiungerlo a piedi in pochi minuti, senza dover prendere i mezzi. 

Da quel momento ripresi a uscire.

Neanche una settimana dopo, e precisamente il 19 novembre 2015, mi ritrovai con il coro a cantare a Notre-Dame, e se per entrare in cattedrale mi toccò passare controlli rigorosissimi, una volta dentro l’atmosfera fu solo di serenità e gioia. Col passare delle settimane tornai anch’io alla quasi-normalità. 

Una cosa che mi sorprese molto, ritrovandomi ben presto a incontrare vari gruppi di amici, è che loro non parlavano molto di quanto accaduto. Immagino se fosse successa una cosa del genere in Italia. Lo vedo ogni volta che c’è un qualche minimo evento fuori dall’ordinario, non si parla d’altro, a scuola, a lavoro, in famiglia, tra amici. Ognuno racconta la propria esperienza, quello che stava facendo in quel momento nei minimi dettagli, quello che avrebbe dovuto o potuto fare, e poi partono le ipotesi su cause e conseguenze a breve e lungo termine. Insomma si diventa tuttologi dell’argomento e ci si confronta fino alla nausea. Ecco a Parigi no. Come non si era parlato più di tanto di Charlie Hebdo, non sentii grandi commenti neanche in questa occasione. È come se il parlarne rischiasse di alimentare la paura, cosa che invece i Francesi volevano assolutamente evitare.

Forse sarà stata solo la mia impressione, non posso sapere cosa ognuno di loro si portava dentro e quali esperienze abbiano vissuto. Ma mi diedero l’idea di avere tutti una grande volontà di reagire, di rialzarsi, anzi di non lasciarsi proprio abbattere, di difendere la loro libertà con la forza dell’indifferenza verso quegli eventi. Il che non significa che non siano stati minimamente toccati da tutto ciò, e che non ci siano state manifestazioni, fiaccolate, momenti di commemorazione delle vittime e di condanna di quegli attentati. Ma la vera dichiarazione di guerra a tanto dolore la vidi in questo continuare a vivere, divertirsi, esprimersi senza paura, come se nulla fosse accaduto, o meglio, nonostante quanto accaduto.

Questo spirito combattivo dei Francesi, questo loro camminare a testa alta nonostante le ferite, mi colpì tantissimo.

Spesso gli Italiani percepiscono i Francesi come un popolo molto altezzoso, “con la puzza sotto il naso”. Io credo che sia il loro modo diverso di affrontare la vita, di rimboccarsi le maniche e tirar dritto per la loro strada, con forza di volontà, unità e orgoglio. Ed è in casi drammatici come quello del 13 novembre 2015 che queste qualità trionfano.

Vedere la tranquillità degli altri ragazzi, dei Francesi in generale quei giorni e quelle settimane, mi fece sentire via via più sicura. Tanto che qualche settimana dopo l’unica cosa che notavo ancora erano le forze dell’ordine in giro per la città e i numerosi controlli un po’ ovunque.

Ma Parigi era di nuovo la mia Paris di sempre.

Qui sotto puoi vedere un video che ho realizzato due anni fa, pour ne pas oublier, per non dimenticare.

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